Premessa: Cineblabbers nasce come spazio per scrivere di cinema in modo ironico e così vorrei utilizzarlo sempre.

 

Insopportabile il personaggio di Margherita Buy nel film, insopportabili certi dialoghi tra i personaggi, così banali e noiosi da non avere ragion d’essere: come si cucina il pesce non lo voglio sapere, preferisco la carne.

 

E la carne (umana? troppo umana?) mostra la Buy in una o più scene di nudo. Niente di scandaloso, ci mancherebbe. Scandalosa invece e totalmente fuori registro la sequenza pseudo musical nella corsia dell’ospedale, con le mamme che si muovono, di mutande nere vestite sotto il camice, al ritmo di musica.

 

Le scelte musicali sono invadenti e seguono la moda, deplorevole per chi davvero ama la musica, di appiccicare canzoni di gusto radical chic a immagini cinematografiche, o pubblicitarie, quando non addirittura di intrattenimento televisivo, nei reality per esempio.

 

Che la Buy sia una brava attrice, non si può mettere in dubbio. Che abbia bisogno, come tutti i bravi attori, di una solida regia, al fine di controllarne l’interpretazione, è altrettanto indubbio. Il film, invece, sembra girato da almeno cinque registi diversi, non riesce a trovare un tono. È una commedia leggera? Un melodramma? Un musical? Non sembra niente di tutto ciò.

 

Non sarebbe in sé un problema, se gli ingredienti, così diversi, fossero ben amalgamati. Ma dopo una prima parte non sgradevole, nel secondo tempo il film si perde tra la Buy che frigna a lungo, dà quasi di matto, canta, cerca di nannimorettizzarsi invano solo perché interpreta una professoressa (aridatece Michele Apicella!).

 

L’estetica di certe produzioni televisive italiane anche da prima serata fa capolino in più di un’occasione. I tempi si dilatano, il racconto non ha direzioni precise, si cerca di movimentare un po’ il tutto affidandosi alle capacità comunicative degli attori o sprofondando nel sentimentalismo. Peccato, perché i tentativi di introspezione psicologica in flashback sono ambiziosi.

 

Il lieto fine non può mancare, lo spoiler mi sia consentito. Il personaggio della Buy vorrebbe essere in Sex and the City, scopa di qua e di là con la scusa della mezza età. Napoli fa da sfondo stereotipato senza diventare personaggio.

 

Se a Venezia in concorso ci sono film di questo livello mediocre, ci si chiede quale sia il livello di quelli scartati dalla selezione. Lo spazio bianco dimostra come sia necessaria una giusta distanza dai temi trattati. Regista, interprete protagonista sembrano essersi lasciate prendere dalla bellezza dell’idea della maternità. Non aiuta.


Postato da unonn alle 21:01 in: cinecazzeggi
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Attenti a quell'orfanella mercoledì, 14 ottobre 2009  

Jaume Collet-Serra, o il trionfo del genereOrphan




Ho avuto modo di vedere in anteprima Orphan, diretto da Jaume Collet-Serra (House of Wax), in uscita italiana il 16 ottobre. A me è piaciuto nonostante (o proprio per) i suoi limiti. Trattasi infatti di un film che rispetta assolutamente le convenzioni del genere (nel nostro caso l'horror, intrecciato col thriller psicologico). La storia è semplicemente esemplare: Kate (vera Farmiga) e John (Peter Sarsgaard), coppia abbiente e modicamente infelice, subisce la perdita di un figlio. Decidono così di adottare la piccola Esther, una bambina di 9 anni proveniente dall'Est europeo, una ragazzina "speciale" da tutti i punti di vista. La piccola - apparentemente intelligente, angelica, amante dei vestiti romantici, in una parola diversa - ha perso i precedenti genitori adottivi nell'incendio della loro casa. Lei si è salvata per miracolo, e già questo particolare dovrebbe mettere in allarme Kate e John, che invece procedono imperterriti verso la rovina. Così accolgono la diabolica Esther nella loro bella casa, insieme ai loro due figli biologici, un ragazzetto adolescente e una bambina di cinque anni, sordomuta. Naturalmente saranno lacrime e sangue.


A me il film è piaciuto intanto per la straordinaria presenza della piccola Esther (l'undicenne Isabelle Fuhrman), a mio parere una scelta azzeccata per un ruolo inquietante, quello della bimbetta maestra nell'uso improprio degli attrezzi da bricolage. Dicevo che Orphan rispetta pienamente le convenzioni di un film "de paura":

- La vicenda si snoda da un contesto ovvio e familiare, e attraverso l'accumulazione di particolari inquietanti e/o orribili viaggia verso l'esplosione finale

-  La mamma, più sveglia del marito, capisce quasi subito che la faccenda non quadra, ma siccome ha un passato da alcolista, non viene creduta

- Il padre non capisce una mazza

- La psicologa non capisce una mazza (questo è un must, bisognerebbe farci uno studio)

- La polizia arriva tardi e quando arriva continua a non capire una mazza e a non accorgersi di nulla

- Il regolamento di conti finale può così svolgersi tra la mamma e la figlia (?) adottiva, in ossequio agli archetipi più radicati

- Per andare avanti il film richiede - giustamente - allo spettatore una totale sospensione dell'incredulità

Aggiungete un bel colpo di scena verso il finale (poco credibile ma interessante, vedi sopra) e una realizzazione senza difetti, con montaggio, fotografia, ritmo e recitazione apprezzabili.

Ultima notazione: ho letto da qualche parte che negli Usa il film è stato accusato di avere un effetto scoraggiante sulle adozioni. La cosa è abbastanza puerile, ma si sa che gli americani, su certe cose, sono dei fanciulloni...


Postato da umbgu alle 08:58 in: impressioni, horror
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Bastardi senza gloria sabato, 10 ottobre 2009  
brad_pittbasrerdpostRicordate quella foto di Woody Guthrie in cui si vede lui con la sua chitarra al collo con su scritto "this machine kills fascists". Bene. Sulle locandine dell'ultimo film di Tarantino o sulla custodia della futura versione in dvd/blu ray potremmo scriverci "questo film uccide i nazisti".
Certo qualche nazista dell'Illinois era già stato fatto fuori dai Blues Brothers. Ma qui è diverso e più divertente, i nazisti sono quelli veri e si tratta di un vero e proprio massacro. Il Cinema vendica la Storia ma anche il cinema(tografo) vendica la storia( l'uccisione dei dreyfuss nella scena iniziale).
Un film clamorasomante bello, il "negro" l'ebrea e la pellicola infiammabile che distruggono l'orrore nazista. Non avrei mai saputo desiderare di meglio.

Postato da wakefield alle 14:16 in: cult, tarantino, cinecazzeggi
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La rivincita di Mary Poppins domenica, 04 ottobre 2009  

Julie for ever


Il 1° ottobre ricorreva il 74° compleanno di Julie Andrews, notoriamente una delle mie preferite (un po’ troppo numerose, a sentire mia moglie). Ho già avuto modo di osservare, sia pure incidentalmente, come Julie Andrews rappresenti – almeno secondo me – un vero e proprio paradigma della sessualità, e questo a partire proprio da Mary Poppins, da me considerato un capolavoro assoluto del cinema. Merito della Andrews, “practically perfect in every way”, che già  nel film del 1964 rifulgeva di luce pura.


Sotto l’inappuntabile aspetto della soave bambinaia che non perde un colpo si celava una giovane donna di indubbio fascino, oltre che una professionista di razza in grado di cantare, ballare e recitare con inarrivabile bravura. Così, se ancora nel 1965 in Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music, Robert Wise), la nostra Julie è una morigerata novizia che tuttavia incontra l’amore profano, si rivelerà decisivo il rapporto personale e professionale con Blake Edwards. Nel 1969 la Andrews si sposa in seconde nozze con il geniale regista di classici come La Pantera Rosa, Colazione da Tiffany,  Hollywood Party. Ed è proprio Edwards a portare alla luce il potenziale sexy della nostra Mary Poppins. Già nel delizioso (e misconosciuto, oltre che flop al botteghino) Operazione Crêpes Suzette (Darling Lili, 1970), il marito convince Julie a sfoderare i suoi argomenti migliori. Mi riferisco alla scena in cui Lili Smith, pazza di gelosia per la ballerina Crêpes Suzette che si esibisce in un casto strip (Gloria Paul, destinata a un certo successo anche alla tv italiana), balla sfoggiando gambe notevoli e sfiorando l’esibizione del seno.


Ma il culmine è raggiunto come è noto nel più tardo S.O.B. del 1981 (quasi una terapia per metabolizzare, a vari anni di distanza,  l’insuccesso di Darling Lili). Edwards induce la moglie, qui splendida quarantaseienne, a mostrarsi a seno nudo, a dire parolacce e ad assumere sostanze psicotrope. Quasi una deliberata profanazione – sulla scena – dell’immagine angelicata di Mary Poppins. Peraltro completata da quel capolavoro di Victor Victoria, che ha contribuito a fare della Andrews un’icona per il mondo gay, almeno nel mondo anglosassone. 


 



Postato da umbgu alle 20:57 in: frammenti, cult, cinecazzeggi
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Newman. Un segno che non morirà mai. domenica, 27 settembre 2009  
Ogni qualvolta penso a Paul Newman, scomparso il 26 settembre di un anno fa, mi torna alla mente la scena finale di Butch Cassidy. Lui e Redford sono assediati dall'esercito boliviano. I nemici sono mille e loro soltanto in due. Hanno quasi finito le munizioni. Sono feriti. Non hanno via di scampo. Si guardano negli occhi e, senza aggiungere altro, si lanciano di getto fuori dalla casupola dov'erano asserragliati, sparando all'impazzata.

Il film termina proprio così, senza mostrare lo scempio dei loro corpi crivellati di proiettili. Su un fermo immagine che li sottrae alla morte, consentendo ad ognuno di noi di fantasticare una fine alternativa a quella che il destino aveva previsto. Una fine che va oltre la ragione, sospesa anch'essa dal "freeze frame", per esprimersi piuttosto su un piano di emozione e cuore: una miracolosa vittoria nello scontro finale, con forse una fuga verso l'Australia alla ricerca di nuove avventure. Una fine quindi che, proprio perchè immaginaria ed immaginifica, li colloca di fatto dalle parti del mito. La stessa mitologia che si raffigura tutte le volte che rivediamo un film di Paul Newman, il quale - come tutti i più grandi attori - è un segno che non morirà mai. Trattenuto da un fermo immagine che lo imprime nella memoria collettiva. Oggi e per sempre.


Postato da RW2punto0 alle 22:48 in: anniversari, cult, western
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Mum and Dad giovedì, 20 agosto 2009  
(di Steven Shiel, 2008)

Prendersela con la famiglia tradizionale, uno di quei valori che restano intoccabili solo nell'ufficio stampa del moige, è come sparare sulla croce rossa: un inutile sollazzo cattivista.
Non c'è più nemmeno la certezza di raccattare l'inestimabile pubblicità gratuita “nessuno pensa ai bambini” e si rischia semplicemente di annegare nel risaputo stagnetto del conformismo trasgressivo, pieno di pietre già scagliate da un paio di generazioni più tempiste.

Quello di Mum and Dad, sulla carta, è un plot ad altissimo rischio di qualunquismo: una giovane straniera addetta alle pulizie in un aeroporto, Lena, si trova costretta ad accettare per una notte l'ospitalità di due colleghi, la petulante Birdie e il suo silenzioso fratello. Arrivata a casa dei due, naturalmente, la nostra eroina viene stordita e imprigionata. Al suo risveglio scopre che le tradizioni domestiche della sadica Mamma e del violentissimo Papà prevedono le solite amenità: latrocinio, incesto, tortura, stupro, omicidio e cannibalismo. Se vuole sopravvivere, dovrà entrare a far parte della famiglia, assecondandone l'allegro stile di vita.

La materia prima non è molto originale. Shiel è troppo sveglio per non rendersene conto, e spesso promuove con successo digressioni ironiche sullo stereotipo: si vedano ad esempio il porno del mattino e la spartizione degli strumenti di tortura (ferri da calza e forchettoni per la mamma, martelli e altri arnesi da bricolage per il papà). Tuttavia il film sa emanciparsi dal semplicismo della parodia al nero attraverso una gestione del perturbante forse un po' scolastica, ma indubbiamente sicura e coerente. Mum and Dad ricostruisce esperienze, situazioni e conversazioni per forza di cose familiari allo spettatore, ricollocandole in un contesto abnorme ed estraneo.

La faccenda funziona meglio del solito, perciò provo a fare qualche congettura sul perché.

Sicuramente pesa moltissimo il contributo di una squadra veramente professionale e creativa, capace di mimetizzare il budget più che di ottimizzarlo.
Gli attori sono bravissimi - particolarmente impressionante la prova di Perry Benson, con la sua geniale strumentalizzazione di una fisionomia molle e mediocre. Le scenografie, praticamente impeccabili, sfruttano i contrasti inquietanti: la leziosità degli arredi contro le pareti grezze, da prigione; il garage del bricoleur contro l'antro lercio dell'orco; i ninnoli per neonati contro la ragnatela di filo di ferro. Menzione d'onore anche per il raffinato Jonathan Bloom, la cui fotografia si occupa tanto di stabilire il tono di base del film - assolutamente gelido – quanto di sovvertirlo in rare e conturbanti virate drammatiche (di solito in appoggio alle comparse di papà, che come vedremo è il villain viscerale).
Un altro elemento di successo è da individuare nella sensata rinuncia a citare il robusto filone americano sulle famiglie deformi. Agli scenari rurali Shiel preferisce un convincente panorama suburbano, più affine al movimento disperato sulle strade di Butterfly Kiss (Michael Winterbottom, 1995) che alle periferie politiche della working class di Ken Loach.

In primo luogo però, l'efficacia di Mum and Dad si deve alla serietà e alla coerenza dell'indagine sui ruoli e sulle dinamiche interne al gruppo deviante. La riflessione che ne risulta è abbastanza articolata da sorpassare il modello stantio della critica all'istituzione borghese per lavorare sulla famiglia in quanto nucleo identitario di eccellenza.
Il film si muove infatti tra le minacce dell'appartenza e quelle dell'isolamento, paure che qui troneggiano sulla protagonista nelle dimensioni più estreme. Accettare un'identità implica la rinuncia alla selezione autonoma dei propri valori e l'obbligo di partecipazione a dinamiche di potere codificate e spesso niente affatto neutrali a livello morale. Non appartenere d'altro canto significa soggiornare in un limbo insicuro, consegnarsi alla minoranza, con tutta la precarietà che ne consegue sul piano dei diritti.
Se nella casa di Mamma e Papà sei legato al letto, senza voce e senza segreti, negli aeroporti nessuno si accorge della tua assenza, puoi dissolverti nel nulla come una valigia smarrita.

La protagonista è una che ha optato per l'individualismo: ha lasciato sia il paese di origine che un padre autoritario. Quando le conseguenze di questa scelta le ricadono addosso, determinando per vie traverse la fatale prigionia nella casa degli orrori, Lena tenta la via dell'adesione al nuovo contesto. Prova ad assimilare, rapidamente e per via matrilineare, i precetti di un'integrazione che passa dalla sottomissione e dall'arrivismo. Tuttavia sbaglia. Tradisce e viene degradata dallo status di figlia a quello di pet: il rango più basso della piramide familiare. “Un animale domestico non per tutta la vita, è solo per natale”, spiega Papà - evidentemente il tipo di persona su cui le pubblicità progresso contro l'abbandono non fanno presa.

Gli eccellenti dialoghi, probabilmente memori delle verbose arringhe sadiane, sostituiscono alla logica dei filosofi immorali le tediose frasi fatte dei genitori autoritari, tipicamente identificati come portatori di due distinte specie di potere. Il padre, punitore e apertamente tiranno, è quello che si arrabbia e abbaia gli ordini (finché sei nella nostra casa devi stare alle nostre regole); la madre, apparentemente indulgente ed effettivamente versata nell'arte della manipolazione ricattatoria, è quella che si dichiara “delusa, molto delusa” e minaccia l'embargo delle intercessioni (se ne combini un'altra dovrai vedertela con tuo padre: io me ne laverò le mani). I fratelli non sono altro che competitori diretti a cui rapinare privilegi, cavie su cui esercitare l'imitazione o spaventosi fantasmi della punizione.

Dove La Casa Nera di Craven, assimilava la prole adottiva a un bene da accumulare (i ricchi e avidi Robeson conservavano soldi ed eredi scartati nei meandri della casa, senza usarli e senza buttarli), Mum and Dad la riduce a forza lavoro e oggetto di piacere. Cosa da consumare, di gran lunga più simile ai vestiti e ai forni a microonde che all'inerzia vampiresca del capitale di famiglia.
Stando così le cose, non è fuori luogo supporre, al di sotto della storia, una metafora della relazione tra lavoratori stranieri e società accoglienti, o meglio, delle derive assimilazioniste o segregazioniste dei suoi connotati asimmetrici. In ogni caso è un gran bel lavoro sugli orrori dell'identità.

Bocciato soltanto l'epilogo. Non tanto come ultimo stadio evolutivo della trama (ammettiamolo: un film così può finire solo in due modi e Mum and Dad non aspira certo all'Oscar dell'imprevedibilità) quanto per la chiusura sulla puntuale, esatta, precisissima immagine che fino all'ultimo secondo ho sperato di non vedere.

Postato da AgonyAunt alle 20:21 in: horror, 2008, m
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Hard Candy giovedì, 20 agosto 2009  
(di David Slade, 2005)


Ellen Page
è una giovane attrice specializzata nell'interpretazione di adolescenti che pensano, parlano e si comportano come donne di venticinque anni. Questo, se il mondo fosse un posto migliore, dovrebbe bastare a renderla terribilmente antipatica a tutti noi. Hard Candy, antecedente al detestabile Juno, rimedia preventivamente contrapponendola al genere di mostro che, sotto sotto, anche il più mite dei garantisti abbatterebbe senza rimorsi.

Trama: La quattordicenne Hayley si incontra con un viscido fighetto più vecchio di lei di diciannove anni, con cui ha flirtato in chat per un mese. Il lupo la porta a casa sua, ma prima che le sue sospette intenzioni si chiariscano, lei lo droga, lo ammanetta e lo informa di essere in possesso di qualche rudimentale nozione di chirurgia.

Tra tutti i criminali gli stupratori sono forse i più odiosi e, tra tutti gli stupratori, i pedofili sono indubbiamente quelli che ispirano la più violenta ripugnanza alla sensibilità moderna. Perciò, tra tutti i revenge movie, Hard Candy è probabilmente il più adatto a sollecitare con successo le spinte giustizialiste del pubblico, anche di quello normalmente invulnerabile alla seduzione di Charles Bronson.

Il fotografo con la fissa delle lolite è un uomo giovane e attraente, che fa un lavoro creativo, vive in un appartamento piacevole e millanta interessi ambientalisti. Un personaggio disturbante perché la sua distanza dagli stereotipi estetici e socioeconomici convenzionalmente associati alla devianza lo inquadra in una cornice realistica e gli carica addosso il pauroso attributo dell'irriconoscibilità. L'effetto è quello di una specie di Humbert Humbert che si tiene in forma come Patrick Bateman. L'altra protagonista però non è Dolores Haze. Escluse le All Stars, Hayley non ha nulla in comune con una vera teenager. Non è una rappresentazione credibile delle persone che gli adulti vorrebbero proteggere, ma un'incarnazione del castigo che, più o meno segretamente, oltre il velo della razionalità e contro la sedazione dei principi, le viscere dello spettatore medio desiderano per gli stupratori pedofili: spietato, esemplare, disinteressato alle attenuanti e ai moventi.

Hard Candy, dopo una prima mezz'ora splendidamente tesa dal dubbio, chiarisce una natura revenge lineare e scontata, appesantita dall'orologeria teatrale di dialoghi troppo fitti ed esaustivi. Ma mette in contatto veramente diretto con la sete di vendetta, installandosi sul confine oltre il quale la tentazione di non riconoscere più pietà o diritto ai colpevoli si impenna a dismisura: è questo a farne oggettivamente un film forte.
Esteticamente è patinato e purissimo, un vero anti-torture porn: non una goccia di sangue e nemmeno l'ombra di concessioni exploitation. Rigoroso, moralista e perturbante, elabora in modo prevedibile ma funzionale gli stilemi fiabeschi e, genialmente, ricava un set di indiscussa efficacia drammatica dalle pareti di una casa da AD.

Postato da AgonyAunt alle 20:09 in: 2005, revenge movie
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Addio a John Hughes venerdì, 07 agosto 2009  
La buona notizia è che ora sarà possibile fare un sequel di Uncle Buck. Ciao, John.

 

Postato da cineblabbers alle 19:22 in: obituaries
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giovedì, 02 luglio 2009  
Down, down, down.

Would the fall never come to an end!



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5 Marzo 2010
(..Waiting for..)






(Felicemente onorata di postare per la prima volta. Dedico la citazione ai compagni di blabberità)


«Ma io non voglio andare fra i matti», osservò Alice.
«Be', non hai altra scelta», disse il Gatto «Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.»
«Come lo sai che sono matta?» disse Alice.
«Per forza,» disse il Gatto: «altrimenti non saresti venuta qui.»



Postato da giolee alle 23:23 in: fantasy, disney
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Addio al naso più simpatico del cinema giovedì, 02 luglio 2009  

Postato da seaweeds alle 07:45 in: obituaries
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