Would the fall never come to an end!
(Felicemente onorata di postare per la prima volta. Dedico la citazione ai compagni di blabberità)
«Ma io non voglio andare fra i matti», osservò Alice.
«Be', non hai altra scelta», disse il Gatto «Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.»
«Come lo sai che sono matta?» disse Alice.
«Per forza,» disse il Gatto: «altrimenti non saresti venuta qui.»












Comincio parlando di una trilogia deliziosa e poetica. È quella che racconta la vita di Apurba Roy, un bambino, un ragazzo, e infine un uomo indiano. Bengalese, per la precisione. Tratti dal romanzo Aparajita di Bibhutibhusan Banerjee, 
L’occidente violento e brutale, invece, è l’inevitabile protagonista di
Il sarcasmo nei confronti dell’ipocrisia americana è evidente. Soprattutto quando i militari U.S.A. attraversano la città con le loro Jeep, gettando barrette di cioccolato ai bambini, come dei salvatori. O ancora, quando Gen e i suoi amici si accorgono che i marines stanno gettando le ossa dei cadaveri in fosse comuni, con ruspe che schiacciano i crani delle loro vittime. Il tutto con volti pieni di indifferenza.
Già, come quelli dei tedeschi. Una sequenza, all’interno del film, mostra filmati di repertorio che documentano l’atrocità messa in atto dagli “italianibravagente”. Proprio quei filmati fecero addirittura scomodare l’allora ministro
Anche se di fascisti si tratta. E così, un kolossal di grande importanza storica e artistica deve circolare clandestinamente.
Il settantenne Omar Al Mukhtar catturato e incatenato dai valorosi soldati Italiani.




Mentre le ninfette emo vanno in fissa per 



Di norma non è il genere di film che apprezzo, ma non gioco mai di pregiudizi, piuttosto gioco ad abbatterli. Sull'onda di vari consigli e incuriosita, sono andata a vederlo. Mi è piaciuto. Perchè? Perchè è un film che, attraverso degli stereotipi ben consolidati nella mente di ognuno di noi, riesce a mischiare bene le vicende e fare qualcosa di nuovo. Walt è il tipico americano, nel tipico quartiere americano, con la tipica bandiera americana.
Con "qualche" anno di ritardo ho visto questo film. Ricordo che venne accolto dalla critica come un film capolavoro. Ok. Per me che giudico da inesperta, ma da persona guidata dal gusto posso dire che è un bel film, con una bella fotografia. La storia è sottile, interessante anche se gli espedienti alla fine sono sempre quelli. Si parla di solitudine e la solitidune, evidentemente porta a fare determinate scelte. Bob è un attore si trova a Tokyo per girare uno spot di wisky, Charlotte è una giovane moglie. Si trova a Tokyo per accompagnare il marito fotografo. Le solitudini di questi due personaggi si muovono in maniera molle attraverso le pareti dell'albergo in cui vivono. Si conosceranno meglio e parleranno di tutto, diventeranno forse amci. O forse c'è qualcosa di più, quel qualcosa che scatta quando sei imprigionato in una solitudine non voluta. Il film scorre piano, perchè lentamente la solitudine si dispiega. Alla fine l'epilogo dovuto tra chi probabilmente non si rivedrà mai più.
Io vorrei tanto parlare con chi ha scritto la sceneggiatura di questo film. Vorrei porgli tante domande. Perchè l'idea conduttrice di questo film è tanto possibile quanto terrorizzante.
Pupi Avati è un nostalgico e questo lo abbiamo capito. Se l' "anziano" statunitense di cui prima ci racconta dei tormenti della Corea curati attraverso l'integrazione, Pupi Avati ci racconta del tipico quadretto di amici all'italiana. Erano 6/7 amici al bar che volevano cambiare il mondo. "Nel loro piccolo" probabilmente... 