giovedì, 02 luglio 2009  
Down, down, down.

Would the fall never come to an end!



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5 Marzo 2010
(..Waiting for..)






(Felicemente onorata di postare per la prima volta. Dedico la citazione ai compagni di blabberità)


«Ma io non voglio andare fra i matti», osservò Alice.
«Be', non hai altra scelta», disse il Gatto «Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.»
«Come lo sai che sono matta?» disse Alice.
«Per forza,» disse il Gatto: «altrimenti non saresti venuta qui.»



Postato da giolee alle 23:23 in: fantasy, disney
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Addio al naso piĂą simpatico del cinema giovedì, 02 luglio 2009  

Postato da seaweeds alle 07:45 in: obituaries
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martedì, 23 giugno 2009  
Caroline





- No! Si dice Coraline! -

Scusa...

Coraline ha dei genitori. I suoi sono dei genitori dei giorni nostri, vostri, insomma sono dei genitori. Genitori imperfetti. C'è qualche genitore perfetto in zona? Non credo.
La mamma e il papà di Coraline scrivono di botanica. Fiori, piante, frutti, terra. Ma la loro casa e il loro giardino sono spogli. Aridi di attenzioni, come la piccola Coraline. Dimenticavo di dirvi che la famiglia in questione si è appena trasferita in un nuovo appartamento. Un appartamento in un condominio bizzarro. Al piano inferiore abitano due Lady, attrici ormai in pensione con la passione per i cani. In soffitta c'è "il Russo" acrobatico addestratore di topi.
Un po' ovunque abita un arruffato gatto neroCome in ogni quartiere che si rispetti, anche qui abbiamo il buon vicino di casa. Il ragazzino cupo e pestifero che subito farà dispetti alla povera Coraline.
Giunta in questa nuova casa la ragazzina dai capelli blu, vince la noia mettendo in moto il naturale spirito avventuriero e fantastico di chi non ha altro che il nulla attorno. Armata di curiosità esplora l'appartamento e dopo un tappeto che proprio non vuol saperne di stare fermo, trova una porta segreta. Il resto non ve lo racconto perchè dovete andare a vedere il film. A me è venuta voglia di leggere il libro.
Perfetta commistione di tecnica in stop-motion e visione 3D. Non avevo mai visto un film in 3D e a parte il fastidio di dover indossare due paia di occhiali ( i miei da vista e quelli per la visione del film) è stata un'esperienza divertente, piacevole. Probabilmente lo rivedrò alla vecchia maniera, perchè trovo sempre più gustosa la magia di entrare negli spazi di uno schermo attraverso il gioco tra scenografia e regia.

Postato da vialedeiciliegi alle 20:25 in: impressioni
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RISTAMPA - Storie di vinti mercoledì, 10 giugno 2009  
Per chi si fosse domandato chi sia l'omino raffigurato sulla foto appuntata al petto del colonnello Gheddafi durante l'incontro con Silvio Berlusoni, rispolvero questo post di tre anni fa.
Postato la prima volta il 17 settembre 2006

Nelle ultime settimane ho avuto modo di vedere tre opere di culture diverse. Diverse fra loro. Diverse dalla nostra.

Tre film “etnici” di cui due non vedevo da una quindicina d’anni. È stato un caso trovarmi a guardarli nello stesso periodo, forse per una necessità di capire un pochino cosa non va nel nostro pianeta. Sono storie che ci mostrano il nostro mondo capovolto, visto con gli occhi di chi non è NOI. Una prospettiva che può mettere a disagio, irritare, ma che fa certamente riflettere.
Li consiglio a tutti. Anche se non sono di facile reperimento, con buona volontà e una carta di credito, si possono ordinare tranquillamente all’estero.

Comincio parlando di una trilogia deliziosa e poetica. È quella che racconta la vita di Apurba Roy, un bambino, un ragazzo, e infine un uomo indiano. Bengalese, per la precisione.
Tratti dal romanzo Aparajita di Bibhutibhusan Banerjee, e girati dal maestro Satyajit Ray negli anni cinquanta, i tre film sono autentico neorealismo, al pari dei nostri capolavori di quel periodo. A quei capolavori italiani, infatti, si ispira il regista: folgorato da Ladri di Biciclette sulla via di Cannes, prima, e di Venezia, dopo. Apurba, detto Apu, cresce in un villaggio fuori Calcutta, e nel primo film (Pather Panchali, 1955) lo vediamo crescere nella natura e nell’estrema povertà che lo circonda. Tragedie personali lo accompagneranno per tutta la sua esistenza, ma Apu le affronterà sempre con tenacia e coraggio. Nel secondo capitolo, (Aparajito, 1957) si trasferisce con la famiglia lungo la riva del Gange, per poi tornare al villaggio natale dopo qualche anno. Scolaro brillante, vince una borsa di studio e raggiunge Calcutta, da solo. Il terzo e ultimo episodio (Apur Sansar, 1959) lo vede affrontare la vita da scrittore squattrinato, un po’ sbandato, con ancora la voglia adolescenziale di allontanare ogni responsabilità. Il matrimonio improvviso con la bella Aparna lo costringerà ad affrontare il mondo reale.
Nessuna interferenza dell’occidente è concessa a queste tre pellicole, salvo qualche parola dell’imperialista Inghilterra che salta all’orecchio, in mezzo ai dialoghi in lingua originale.

L’occidente violento e brutale, invece, è l’inevitabile protagonista di Barefoot Gen (Hadashi No Gen). Film giapponese d’animazione del 1983, racconta il bombardamento di Hiroshima visto attraverso gli occhi del bambino scalzo Gen. Un pugno nello stomaco tratto dal fumetto omonimo di
Keiji Nakazawa, lui stesso sopravvissuto all’orrore della bomba. Nel seguito, realizzato due anni dopo e ambientato tre anni dopo l’olocausto nucleare, il maestro è costretto a insegnare ai bambini l’articolo due della nuova costituzione. Quello che concerne la “rinuncia alla guerra” a favore della pace internazionale. Il sarcasmo nei confronti dell’ipocrisia americana è evidente. Soprattutto quando i militari U.S.A. attraversano la città con le loro Jeep, gettando barrette di cioccolato ai bambini, come dei salvatori. O ancora, quando Gen e i suoi amici si accorgono che i marines stanno gettando le ossa dei cadaveri in fosse comuni, con ruspe che schiacciano i crani delle loro vittime. Il tutto con volti pieni di indifferenza.
Evidente lo spirito propagandistico della pellicola, ma ancora più evidente la necessità di realizzarla anche a distanza di quarant’anni. Necessità che dovremmo sentire anche noi, nel vederlo, sessant’anni dopo.
Un’avvertenza: lo stile narrativo giapponese è molto differente dal nostro. Va compreso. È didascalico, a volte, grottesco o perfino umoristico laddove ci si aspetterebbe un tono drammatico. Ma l’esperienza di aprirsi a un altro linguaggio richiede anche l’accettazione di regole diverse. Inutile dire che, con la cultura italiana del: cartone animato = roba da bambini, difficilmente vedremo mai questo titolo sui nostri schermi.

Il Leone del Deserto (1981) di Moustapha Akkad, invece, è stato proiettato clandestinamente un paio di volte, nonostante la grave censura che lo riguarda. Chi pensasse che nel nostro Paese liberale non esistono pellicole “proibite” dovrà ricredersi considerando l’abominevole caso di questo film.
Dell’affascinante persona del siriano Moustapha Akkad ho già parlato in precedenza qui e qui. Ma il film, che vidi in un’edizione egiziana quasi vent’anni fa, l’ho potuto gustare pienamente soltanto ora: l’edizione originale (inglese) curata della Anchor Bay è decisamente più accessibile e comprensibile. Il leone del deserto è Omar Al Mukhtar, ribelle libico che, tra il 1911 e il 1930, tenne in scacco le truppe italiane che occupavano la sua terra. Venne catturato e impiccato all’età di settant’anni. Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, e i nostri Raf Vallone e Gastone Moschin sono nel cast stellare di questo film coprodotto, ahimé, dal colonnello Gheddafi. Poco importa, però, perché il film è una cruda e sincera narrazione di quello che i nostri soldati fecero durante l’occupazione di Libia. Fucilazioni, gassazioni, decapitazoni, impiccagioni. E campi di concentramento. Già, come quelli dei tedeschi. Una sequenza, all’interno del film, mostra filmati di repertorio che documentano l’atrocità messa in atto dagli “italianibravagente”. Proprio quei filmati fecero addirittura scomodare l’allora ministro Giulio Andreotti (nella persona del sottosegretario agli esteri Raffaele Costa) il quale pose il veto sulla pellicola. Veto che persiste tutt’oggi, confermato nel 2003 dal ministro Urbani. La spiegazione è semplice: l’esercito italiano non fa una bella figura.
Anche se di fascisti si tratta. E così, un kolossal di grande importanza storica e artistica deve circolare clandestinamente.
Chiaramente ispirato ai filmoni di Sir David Lean, Il Leone del Deserto è un’occasione rara per vedere la riva dalla barca, e non viceversa come siamo abituati. Metterci nei panni di chi ci ha odiato, di chi non ci considera simpatici buontemponi mandolino e spaghetti, ma spietati aguzzini. È strano pensarci, ma è inevitabile il confronto con l’attualità. Ancora oggi vogliono farci credere che a Baghdad il nostro esercito sia l’unico benvoluto, amato da tutti. I telegiornali trasmettono immagini dei nostri soldati che distribuiscono caramelle ai bambini. Però poi succede Nassiriya, e ci viene il dubbio che forse non s’è trattato proprio di un errore.

Il settantenne Omar Al Mukhtar catturato e incatenato dai valorosi soldati Italiani.

Postato da seaweeds alle 19:21 in:
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Addio a David Carradine giovedì, 04 giugno 2009  


  

Postato da seaweeds alle 16:15 in: obituaries
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Da rivalutare (2): China Blue mercoledì, 13 maggio 2009  

L'eros secondo Ken Russell


China Blue

Ho appena rivisto su Sky un film che era seppellito nell’inconscio, ma che a suo tempo (uscì nel 1984) mi aveva in un certo senso colpito: China Blue (Crimes of Passion) dello scandaloso, immaginifico Ken Russell. La vicenda di Joanna Crane, stilista dalla doppia vita (lavoratrice indefessa di giorno in un’azienda di moda, prostituta di notte nel quartiere a luci rosse della città), dà l’occasione a Ken Russell di allestire un affresco eccessivo, colorato, grottesco e con molte cadute di stile. Sempre in bilico tra erotismo e pornografia, il film non oltretrapassa mai il limite, pur danzandoci continuamente intorno. Gli organi sessuali non vengono mai mostrati esplicitamente, per il resto si attinge allegramente al Kamasutra e a un frasario scurrile che a suo tempo provocò molte accuse di oscenità.




Eppure, per lo splendore della protagonista e per qualche idea che qua e là affiora in mezzo al kitsch, per me China Blue è un film da salvare. Senza contare che c’è almeno una scena da antologia: è l’incontro fra Joanna-China Blue e un cliente condannato a morte dal cancro.




 Di Kathleen Turner, qui disperatamente bella, ho già detto. Purtroppo con lei il tempo non è stato galantuomo: se date un’occhiata all’arcigna addestratrice di cani di Io & Marley, scoprirete che la dea del sesso di Russell s’è trasformata, 25 anni dopo, in una donna anziana e sovrappeso.




Nel film c’è anche Anthony Perkins. Fa il religioso maniaco omicida; un ruolo, tanto per cambiare, da psicopatico. Del resto da quando aveva fatto Psyco (Psycho) non si era più ripreso.





Postato da umbgu alle 09:01 in: 1984, cinecazzeggi
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Coming out of the coffin giovedì, 07 maggio 2009  
True Blood

Mentre le ninfette emo vanno in fissa per un soporifero franchise che legittima con una patina zuccherosa inconfessabili fantasie di soggezione a figure maschili oh-così-teneramente autoritarie ed economicamente potenti, io – che sono nell'età in cui noi ragazze diffidiamo del regime di comunione dei beni, ci appassioniamo alle battaglie per i diritti civili e cominciamo ad affrontare più seriamente la questione del contorno occhi - mi sono intossicata con True Blood.
True Blood, nel suo sofisticato vestitino Alan Ball + ambientazione palustre + sesso rozzo, altro non è che una soap vampiresca con proibitivi livelli di romanticismo adolescenziale parzialmente stemperati dall'ostentazione di un sottotesto politico vagamente didascalico e quasi puerile.
Una roba inenarrabilmente appetibile, finalmente sui nostri schermi.

Trama: in un futuro imprecisato ma assai prossimo, fa la sua comparsa sul mercato il sangue sintetico Tru Blood, in grado di soddisfare alla perfezione i fabbisogni nutrizionali dei vampiri. Non dovendo più servirsi degli umani per mangiare, i figli della notte fanno coming out, dichiarando pubblicamente la propria natura e tentando la via dell'integrazione. Gli estremi del dibattito sui diritti civili dei vampiri incidono drasticamente gli umori sociali e la vita politica. Negli USA, alle istanze vampiriche, sostenute dall'associazionismo e in qualche modo accolte da parte progressista, si oppone il fronte conservatore di ispirazione religiosa.
Bon Temps, cittadina immaginaria della Louisiana, è teatro della microstoria incastonata in questo sfondo. Riusciranno Sookie - la cameriera telepatica - e Bill - il vampiro taumaturgo - ad amarsi in santa pace a dispetto dei pregiudizi e del fatto che la loro affrettata quanto inesplicabile passione li qualifica senza scampo come una coppia di storditi scemotti? La corte provinciale di Bon Temps incolperà la nuova controversa minoranza dell'orrendo delitto che ha recentemente sconvolto il suo placido metabolismo? Come interagiranno con le novità l'afroamericana leale ma incazzosa, il fratello scapestrato, lo sceriffo con gli occhiali a goccia, l'ironico chef gay, la nonna svampita ma poetica, gli spacciatori white trash e tutti gli altri bidimensionali personaggi minori? E soprattutto il bellissimo cane con il muso a punta - che chiunque abbia superato i sei anni è in grado di identificare già dalla prima inquadratura come guardiano soprannaturale della cameriera telepatica – verrà sventrato dai vampiri truzzi, obbligandomi a soffiarmi il naso con la carta igienica se continuo a scordarmi di comprare i kleenex?
Queste e altre torturanti domande mi toglieranno il sonno fino alle 23 di lunedì prossimo, quando potrò concedermi la terza appagante serata di teledipendenza e rutto libero.

Su True Blood Italia ho letto questa intervista, che mette il dito in una piaga ancora aperta citando la soppressione della serie Carnivàle. Non so ancora se un'eventuale mancata sopravvivenza di True Blood alla seconda stagione sarebbe veramente comparabile a una simile inestimabile perdita, ma così su due piedi l'ipotesi mi fa già girare i coglioni, per cinque ragionevolissimi motivi che vado prontamente ad elencare.

1. L'effetto “Bovaro a Versailles”
True Blood è una serie esteticamente raffinata. E' noto che lo spettatore medio italiano, annichilito da Elisa di Rivombrosa e dalla sua pestilenziale discendenza, al cospetto di un prodotto per la TV visivamente impeccabile precipita sempre in uno stato soggezione e meraviglia.
Non importa se hai già visto Six Feet Under, Lost, I Soprano, e tutto il resto. Ogni volta allibisci (“oooh, loro possono permettersi uno sceneggiatore, un direttore della fotografia e anche un regista!”) e ti lasci assalire da un miscuglio di ammirazione intontita e mortificanti complessi di inferiorità. Per descrivere questo tipo di turbamento una signora di mia conoscenza ha coniato l'espressione “sentirsi come un bovaro a Versailles”, che mi pare assai appropriata.

2. True Blood non sembra - per ora e corna facendo - particolarmente buonista.
Non ha tanto i tratti della metafora quanto quelli della satira. Non della specie più caustica ovviamente, ma la ferocia a tutti i costi non è sempre un pregio (mi piacerebbe se qualcuno lo spiegasse a Trey Parker, che bravo ma basta).

3. True Blood accosta le logiche della soap opera ai temi dei film di paura, ibridando due forme di intrattenimento altamente compatibili.
La soap opera (o comunque la serie di impostazione corale, caratterizzata da ardimentosi intrecci tra protagonisti fissi e scarsa autosufficienza delle singole puntate) va spesso incontro, tramite spietata escavazione nei segreti di un piccolo gruppo di individui costretti all'orribile intimità della convivenza (stessa famiglia, stesso quartiere, stessa cittadina e così via), allo svelamento di uno strato profondo di malessere e marciume. Procedendo per l'alternanza dei processi di mistificazione e demistificazione, la struttura da soap si rivela straordinariamente accogliente per i temi della crudeltà, del tabù, dell'abnormità e dell'inganno. Potrebbe ospitare come si deve anche quelli della mostruosità e dell'orrore, che stanno giusto un passetto più in là.
Per un esempio di tentativo (non del tutto riuscito) in questo senso si potrebbe guardare alla vecchia serie American Gothic, prodotta da Sam Raimi e recentemente riapparsa su Sky.

4. La vecchia faccenda del sesso
La pretestuosa love story tra due tizi carucci potrebbe sembrare un cardine debole e vieto, ulteriormente banalizzato dal fatto che lui è il classico vampiro tormentato del filone revisionista e lei la classica vergine della tradizione letteraria. Invece è una scelta molto efficace, se si tiene conto del fatto che il tema centrale, almeno per il momento, è costituito dalle dinamiche dell'integrazione.
Non per fare l'antropologa de noantri, ma ci sarà bene un motivo se in tutte le storie di relazione tra gruppi egemoni e soggetti marginali la questione del contatto sessuale, momento contaminante per eccellenza, finisce sempre per proporsi come problema prioritario, anche a prescindere dagli oggettivi livelli di incidenza. Volendo restare più in tema, si può pensare alla corposa tradizione critica che riconosce il vampiro come sunto iperbolico di tutte le minacciose qualità predatorie viste nel mito negativo del maschio “straniero”. Insomma, la tresca tra Sookie la cameriera telepatica e Bill il vampiro taumaturgo ci sta tutta.

5. Gli incisivi di Anna Paquin
Sookie la cameriera telepatica è un personaggio stordito, ma così stordito che non lo capisco. Non ne arguisco la personalità e non ne comprendo le azioni. In base a una simile interpretazione mi è del tutto impossibile fare affermazioni sentenziose del tipo “Anna Paquin sa recitare” oppure “Anna Paquin non sa recitare”. Non saprei proprio dire se è brava o meno, però ha gli incisivi distanziati. Gli incisivi distanziati fanno subito simpatia.


GORE GORE LINKS

Coming out of the coffin è un'espressione - evidentemente mutuata dal contesto LGBTQ – che si usa da anni nelle comunità americane di Real Vampires, cioè di persone che avvertono istinti o bisogni “vampirici” e praticano uno stile di vita in linea con queste istanze. Già negli anni novanta Introvigne documentava in italiano, molto seriamente ma se ricordo bene anche un po' moralisticamente, il fenomeno nel suo ponderoso La stirpe di Dracula, segnalando l'esistenza di questo modo di dire insieme alla massiccia presenza dei vampiri reali sul web. Riflessioni e consigli sul difficile momento del coming out si possono trovare in questa sezione del pionieristico sito di supporto per vampiri Sanguinarius.org.

Scopri che gusto di Tru Blood fa per te con il test su Truebeverage.com!
Io, modestamente, ho le stesse preferenze di Oscar Wilde (solo in fatto di sangue e di Robert Ross però. Una roba anche solo lontanamente simile a Bosie non la toccherei nemmeno con la canna da pesca).

Postato da AgonyAunt alle 22:17 in: vampiri, tv
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Addio, Dom mercoledì, 06 maggio 2009  






 

Postato da seaweeds alle 23:35 in: obituaries
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Ho visto giovedì, 09 aprile 2009  
Io e il cinema siamo in crisi ci vediamo poco ma quando ci vediamo siamo ancora in buoni rapporti. Si è messo di mezzo il tempo, vuole separarci. Ma io amo il cinema e non il tempo. Tempo fatti da parte!

Gran Torino


 Di norma non è il genere di film che apprezzo, ma non gioco mai di pregiudizi, piuttosto gioco ad abbatterli. Sull'onda di vari consigli e incuriosita, sono andata a vederlo. Mi è piaciuto. Perchè? Perchè è un film che, attraverso degli stereotipi ben consolidati nella mente di ognuno di noi, riesce a mischiare bene le vicende  e fare qualcosa di nuovo. Walt è il tipico americano, nel tipico quartiere americano, con la tipica bandiera americana.
Ha combattuto in Corea .
Il suo carattere è stato scolpito da ogni proiettile sparato e da ogni uomo ucciso o compagno visto morire. Conduce la sua vita chiuso nel rancore e nelle abitudini che lo consolano dalle novità del quartiere. Non si sente un eroe, sebbene per la cultura stanutense lo sia.
Accanto alla sua tipica casa statunitense, giunge una famiglia di cinesi. Tutto il quartiere è ormai composto da cinesi, gli "Americani" sono andati via.  Passo passo la vita Walt sarà investita da que
sta nuova cultura. Non muterà il suo carattere, non può farlo. Si farà giustizia da solo, sfodererà le arimi che gli sono congeniali, fino alla fine.  Il cowboy della cultura statunitense, gambe larghe e fucile alla mano, cede alla nuova popolazione. È quasi una redenzione dal passato. Questo "eroe", questo uomo delle Malrboro cncluderà la sua vita disarmato nell'animo e disarmato materialmente, solo con la sua sigaretta in bocca. Mi è piaciuto, l'ho apprezzato.




Lost in translations


Con "qualche" anno di ritardo ho visto questo film. Ricordo che venne accolto dalla critica come un film capolavoro. Ok. Per me che giudico da inesperta, ma da persona guidata dal gusto posso dire che è un bel film, con una bella fotografia. La storia è sottile, interessante anche se gli espedienti alla fine sono sempre quelli. Si parla di solitudine e la solitidune, evidentemente porta a fare determinate scelte. Bob è un attore si trova a Tokyo per girare uno spot di wisky, Charlotte è una giovane moglie. Si trova a Tokyo per accompagnare il marito fotografo. Le solitudini di questi due personaggi si muovono in maniera molle attraverso le pareti dell'albergo in cui vivono. Si conosceranno meglio e parleranno di tutto, diventeranno forse amci. O forse c'è qualcosa di più, quel qualcosa che scatta quando sei imprigionato in una solitudine non voluta. Il film scorre piano, perchè lentamente la solitudine si dispiega. Alla fine l'epilogo dovuto tra chi probabilmente non si rivedrà mai più.




Live! Ascolti al primo colpo.


Io vorrei tanto parlare con chi ha scritto la sceneggiatura di questo film. Vorrei porgli tante domande. Perchè l'idea conduttrice di questo film è tanto possibile quanto terrorizzante.
Con il pretesto di girare un film documentario sulla vita della protagonista o sulla vita di una redazione televisiva (questo non è chiaro dall'inizio, piuttosto si trasforma in corso d'opera per ovvi motivi) ci viene raccontato l'espediente televisivo che la giovane redattrice tira fuori per risollevare gli ascolti dell'emittente per cui lavora. L'idea è quella di portare il gioco della Roulette Russa in veste reality.
La morte in tv, in diretta tv.
Nella sua struttura il film tiene alto il pathos psicologico. Sebbene si sia coscenti che quello che si vede sia pura finzione cinematografica, per me è stato inevitabile ipotizzare la possibilità che ciò accadesse realmente. Non mi stupirebbe se in un prossimo futuro, su qualche schermo di una qualsiasi tv del mondo si mandasse in onda un gioco del genere.  Lo dice la cronaca italiana di questi giorni. Giorni difficili per una popolazione ma tanto gioiosi per le redazioni televisive che non perdono occasione per urlare al mondo i loro record di ascolti. Record fatti attraverso la morte in tv. Se proprio vogliamo scardinare il tabù morte, non facciamolo attraverso i numeri, il clamore, la lacrima sul visto delle persone disperate. Questo è solo un film. I film raccontano la realtà, in questo caso probabilmente la prevede. Non importa il modo in cui sia stato girato quello che conta di questo film è l'idea iniziale. Per questo vorrei parlare con chi ha ideato tutto ciò. Non sarebbe male scambiarci due tre pensieri. Da questo punto di vista gli faccio i complimenti.





Gli amici del Bar Margherita
Pupi Avati è un nostalgico e questo lo abbiamo capito. Se l' "anziano" statunitense di cui prima ci racconta dei tormenti della Corea curati attraverso l'integrazione, Pupi Avati ci racconta del tipico quadretto di amici all'italiana. Erano 6/7 amici al bar che volevano cambiare il mondo. "Nel loro piccolo" probabilmente... 
Insomma questo gruppo di amici si ritrova al Bar Margherita, siamo nella Bologna degli anni '60 e c'è sto ragazzino che vuol far parte di questa banda di grandi discoli. Il ragazzino è un idiota. Come solo un ragazzino con le fregole può essere. Gli altri sono dei ragazzini idioti cresciuti. Teneri nel loro essere bulletti, pronti a fregare il prossimo e a ronzare intorno a varie donne. C'è poco da raccontare. Le vite di questi ragazzi del bar s'intrecciano. Sono cattivi, un po' stronzi. Tanto stronzi. Ma il loro agire a me personalmente ha lasciato poco, non mi sono arrabbiata, non mi sono impersonata nel film. Insomma non avrei voluto esserci per poter prendere a calci qualcuno. Forse uno...
Un film leggero. Se volete andarlo a vedere, fate pure. Non posso dire che mi abbia fatto schifo. Non ho sentito l'esigenza di uscire fuori dalla sala. Però io ho in mente la "cattiveria" divertente di "Amici miei". Mi spiace signor Avati, "Amici miei" è impossibile da soppiantare nè tanto meno da replicare. Lo so lo so che probabilmente non era il suo intento quello di fare un nuovo "Amici miei", magari si è solo ispirato, magari no. A me ha dato quest'impressione.

 Con affetto Loretta

Postato da vialedeiciliegi alle 16:54 in: impressioni
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Easy writer domenica, 29 marzo 2009  

Night Tripper - Rimanendo in tema di piccole chicche, ieri ho visto su Repubblica un video di Fonda per un anniversario di "Easy Rider". Dice che la sceneggiatura l'ha scritta una notte in 3 ore e mezza...
Seaweeds - Si sarà sbagliato.
Night Tripper - Ma figurati. Se è vero è ovvio che ci tiene a dirlo. Se no, come probabile, dopo 40 anni fa la sua sporca figura e non ci perde niente
Seaweeds - No, nel senso che per me ci voleva molto meno.

Postato da seaweeds alle 19:25 in: cinecazzeggi
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